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sabato 18 febbraio 2012

GIUSTIZIA PER MARCELO

Non avevo ancora avuto tempo di occuparmi di quanto successo settimana scorsa a Milano.
Avevo già parlato di quanto fosse assurdo armare i vigili urbani, di come fosse chiaro che la stragrande maggioranza di loro non sapesse sparare e che in situazioni critiche una pistola in tasca fosse un po' pericolosa.
Ed è così che l'altro giorno è morto un ragazzo cileno colpito alle spalle da un valoroso della polizia locale. Subito le dichiarazioni e la stampa è andata a senso unico parlando di pistole puntate e colpi intimidatori. Ora comincia a uscire la verità. Speriamo si arrivi presto a non negare l'evidenza.
Riporto un articolo del Corriere che descrive un po' le prime deposizioni.

SimoAcab

LA VERSIONE Di amigoni: «HO SPARATO A SCOPO INTIMIDATORIO, LUI HA CONTINUATO A CORRERE»

Cileno ucciso, parla l'amico che era fuggito: «Niente armi, correvamo perché clandestini»

Il 25enne si è presentato dal pm di Milano Roberto Pellicano ed è stato poi portato in Questura

 MILANO - «Non abbiamo mai avuto armi, siamo scappati perché clandestini e avevamo paura di un controllo». Lo ha raccontato, ai microfoni del Tg3 Lombardia, Alvaro Thomas Huerta Rios, il cileno di 25 anni che era assieme al suo connazionale che, lunedì scorso a Milano, è stato ucciso dall'agente di polizia locale Alessandro Amigoni. Huerta Rios, che quel pomeriggio stava fuggendo con il cileno di 28 anni in zona Parco Lambro, si è presentato venerdì pomeriggio in Procura dal pm di Milano Roberto Pellicano ed è stato poi portato in Questura per essere sentito. «Sono distrutto - ha spiegato nell'intervista - più che arrabbiato, perché il mio amico era una brava persona, un bravo padre coi suoi figli. Loro un giorno, da grandi, lo sapranno». E ha aggiunto: «Sono andato in Procura perché non ho niente da temere. Quel giorno siamo scappati perché siamo clandestini e avevamo paura di essere fermati. Mai avuto armi - ha concluso - tutte cose false». A fare da tramite tra il cileno e il pm sarebbe stata Ruth Cardillo, la compagna della vittima.

LA VERSIONE DEL VIGILE - Sono emersi intanto altri dettagli dal verbale del primo interrogatorio dell'agente Alessandro Amigoni, lunedì davanti al pm. «Ho fatto fuoco a scopo intimidatorio sparando sulla mia sinistra contro un terrapieno in modo da non creare pericolo per nessuno. Ho ritenuto di non sparare in aria perché ho pensato che potesse essere pericoloso per la ricaduta dell’ogiva, ritenendo più sicuro colpire un terrapieno sul quale il proiettile si sarebbe arrestato». «Dopo il colpo non ho realizzato che uno dei due fosse stato colpito perché hanno entrambi proseguito la corsa e la persona disarmata si è girata verso di me inciampando e cadendo al suolo. Ho visto chiaramente che questi cadeva a terra, arrestandosi con la schiena sul terreno e il viso rivolto verso l’alto, dopo aver battuto il capo al suolo». Quindi, ha proseguito il vigile, «continuando a correre mi sono avvicinato e, appena arrivato presso di lui, questi mi ha tirato un calcio sullo stinco destro, facendomi cadere. Durante la caduta mi sono fatto del male in quanto impugnavo l’arma e, per evitare di esplodere altri colpi accidentalmente, non sono riuscito a ripararmi con le mani tese dalla caduta. Mentre mi rialzavo ho guardato la persona e ho notato che vicino al fuggitivo rimasto a terra c’era già il mio collega De Zardo e ho rimesso la pistola in fondina. Poiché questi si agitava ancora, per evitare che facesse gesti pericolosi, io e il collega lo abbiamo ammanettato, utilizzando le manette di ques’ultimo».
NON SI E' ACCORTO DI AVERLO COLPITO - Amigoni ha messo a verbale anche che, mentre lo ammanettavano, «non abbiamo notato (...) sanguinamento». I due colleghi lo hanno preso sotto braccio e lo hanno portato vicino all'auto: «Lo abbiamo fatto sedere e mi sono accorto che sanguinava dalla testa in conseguenza probabilmente della caduta... A quel punto, la persona si è sdraiata a terra con la faccia verso il basso e ha incominciato ad avere una respirazione affannosa. Dopo avere sommariamente constatato che non aveva armi indosso e non vi era pericolo, gli ho tolto le manette per agevolare la respirazione». Secondo il vigile, è stato a questo punto che ha chiesto a una collega di chiamare un’ambulanza. Di fronte all’affanno sempre più grave del cileno, il vigile gli ha aperto la giacca e «mi sono reso conto guardandomi la mano di averla sporca di sangue». È stato solo in questo momento che ha capito di averlo colpito. Poco dopo è arrivata l’ambulanza. «So che è obbligatorio esercitarsi al poligono per tre volte l'anno nella Polizia locale di Milano, ma da quando sono qui a Milano, dal dicembre 2010, ho sparato una sola volta», ha detto ancora il vigile.
IL COLLEGA - L'agente Massimo De Zardo, collega di Amigoni, ha detto che tra il vigile che ha sparato e il cileno colpito c'era una «breve distanza», «circa 7 metri». E ha aggiunto: «Proprio a ragione di questa vicinanza l'Amigoni non è riuscito a contenere la corsa ed è a sua volta inciampato sul corpo di quest'ultimo». Lo stesso agente ha chiarito davanti al pm che la fase dell'inseguimento è durata «pochissimo». Appena uscito dalla macchina «ho sentito uno sparo». Si è «avvicinato al soggetto caduto e del tutto inconsapevole circa il fatto che fosse stato colpito da un proiettile ho utilizzato le mie manette su uno dei polsi. L'altro polso - ha chiarito - mi è stato avvicinato dal collega Amigoni in modo da completare l'ammanettamento». Da subito, «è risultato evidente che questi non aveva delle reazioni naturali. Pareva un peso morto». Poco dopo Amigoni «si accorse e mi fece comprendere, sebbene non sia in grado di ricordare le parole esatte da lui adoperate, che lo aveva colpito con lo sparo». De Zardo ha voluto però escludere «a priori che egli abbia mirato per uccidere». Tutti e tre gli agenti che erano con Amigoni hanno escluso, anche se con modalità differenti, che ci fosse un'arma puntata verso di loro da parte dei fuggitivi.
LO SPARO DA VICINO - I primi accertamenti balistici confermano che il colpo partito dalla pistola di servizio sarebbe stato esploso da non molta distanza rispetto alla posizione della vittima. Il proiettile, infatti, ha trapassato il corpo del cileno, entrando dalla scapola e uscendo dal cuore, con direzione dal basso verso l'alto, e questo potrebbe essere un elemento, da quanto si è saputo, che indica che l'agente e l'immigrato non erano troppo distanti l'uno dall'altro. Anche il fatto che il proiettile ha trapassato completamente il corpo della vittima avvalora l'ipotesi di una distanza non elevata tra i due.
LA LETTERA - Intanto, dopo che don Antonio Mazzi ha lanciato un invito al sindaco di Milano Giuliano Pisapia «a deporre un fiore al parco Lambro, nel punto in cui è stato ucciso il giovane cileno», alcuni amici ed esponenti della comunità cilena hanno collocato sul posto lumini rossi e mazzi di fiori. C'è anche una lettera, scritta a mano: «A Marcelo Valentino Gomez Cortez ciudadano cileno di Milano di anni 28, padre di due bambini di 5 e 7 anni, lasciamo un saluto. Ingiustamente morto in questo parco dove dovrebbe alzarsi solo il canto degli uccelli. Marcelo chiediamo per te, per i tuoi figli, tua madre e per gli amici, giustizia, nessuno dovrebbe morire così!». Seguono le firme di tre associazioni cilene attive a Milano.
«MASTRANGELO SI DIMETTA» - Tra le reazioni politiche, Sinistra Ecologia Libertà chiede al comandante dei vigili Tullio Mastrangelo di fare «un veloce passo indietro al fine di facilitare il processo di riorganizzazione e la nomina di un nuovo vertice della Polizia municipale che si avvalga anche delle competenze e delle professionalità ben presenti all'interno del Corpo». Lo scrive in una nota il coordinatore milanese di Sel, Daniele Farina, perché «oggi che il rumore dello sparo del Parco Lambro e il clamore dei fatti vanno dolorosamente depositandosi è il momento di una valutazione che prescinda dagli esiti giudiziari della vicenda e conduca l'Amministrazione comunale a rapide decisioni». 

 

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