Finchè ghe n'è
MI SONT DEI QUEI CHE PARLEN NO
giovedì 10 maggio 2012
venerdì 27 aprile 2012
LA FINE DI UN ERA
articolo preso da qua
Olanda, stop alla canna libera
Si chiude un'era, quella della canna libera nei coffee shop olandesi. Il
tribunale distrettuale dell'Aja ha respinto il ricorso dei gestori dei
locali, mete per uomini e donne da tutto il mondo, e ha deciso che dal
primo maggio è vietata la vendita di cannabis agli stranieri. La nuova
legge prevede l'introduzione della 'carta cannabis' per regolare e
limitare l'accesso ai coffee shop ai consumatori-residenti.
Olanda, stop alla canna libera
per stranieri nei coffee shop
Si chiude un'era, quella della canna libera nei coffee shop olandesi. Il
tribunale distrettuale dell'Aja ha respinto il ricorso dei gestori dei
locali, mete per uomini e donne da tutto il mondo, e ha deciso che dal
primo maggio è vietata la vendita di cannabis agli stranieri. La nuova
legge prevede l'introduzione della 'carta cannabis' per regolare e
limitare l'accesso ai coffee shop ai consumatori-residenti.
La decisione non è stata accolta passivamente dagli antiproibizionisti e
dai gestori dei locali, per i quali è facile prevedere nei prossimi
mesi un sostanzioso calo degli introiti. In vigore dalla prossima
settimana nelle prime tre province pilota nel sud dei Paesi Bassi
(Zelanda, Brabante e Limburgo-Nord), al confine con Belgio e Germania,
la norma sarà estesa nel 2013 anche ad Amsterdam e a tutta l'Olanda. I
gestori di coffee shop e alcuni gruppi di pressione hanno subito bollato
come 'discriminatorio' il provvedimento, rivolto solo agli stranieri, e
hanno fatto ricorso al tribunale. La Corte però ha sentenziato: «Il
giudice respinge la richiesta. La norma non viola i principi
fondamentali della legge contro la discriminazione» e pertanto va
applicata immediatamente.
I 670 coffee shop olandesi diventeranno dunque circoli chiusi con un
massimo di 2.000 membri registrati, tutti residenti nei Paesi Bassi e di
età superiore ai 18 anni. Tempi duri, dunque, per chi andava in Olanda
per acquistare liberamente marijuana e hashish.
C'è anche chi critica il pass cannabis e l'obbligo di registrarsi ai
coffee shop considerandolo una violazione della privacy. Il sindaco di
Amsterdam, Eberhard van der Laan, teme che il divieto riduca
drasticamente il turismo in città, visto che almeno un terzo degli
stranieri - si stima – va nei coffee shop. Il partito dei favorevoli
vede invece nello stop un modo per arginare ingorghi, rumori notturni e
criminalità e per limitare l'afflusso di milioni di stranieri che
andrebbero nei Paesi Bassi per le canne.
Quel che è certo è che si tratta di una svolta, in controtendenza con la
politica liberale sulle droghe leggere attuata nel Paese negli ultimi
40 anni. Dal 1976 infatti i Paesi Bassi tollerano la vendita nei coffee
shop e il possesso di meno di cinque grammi di cannabis. Ad ottobre il
governo aveva lanciato un piano per vietare una varietà molto potente
della cannabis - nota come 'skunk' - inserendola nella stessa categoria
di eroina e cocaina, per i potenziali effetti e disturbi psicotici. Ora
anche per le droghe leggere l'Olanda volta pagina.
venerdì 20 aprile 2012
NON LO SOSPETTAVA NESSUNO
articolo preso da qui.
Morì durante l'arresto: "Era inerme
A Milano chiuse le indagini sulla morte di Michele Ferrulli per arresto cardiaco. Il pm accusa
Per seguire il procedimento i familiari di Ferrulli si sono rivolti, all'avvocato Fabio Anselmo, lo stesso legale di parte civile nel caso di Stefano Cucchi - il giovane morto il 22 ottobre 2009 in ospedale, una settimana dopo un fermo per droga - e in quello di Giuseppe Uva, artigiano di Varese deceduto nel giugno 2008 dopo aver trascorso una notte nella caserma dei carabinieri, che lo avevano fermato ubriaco per strada. Nell'atto di chiusura delle indagini sulla morte di Ferrulli, il pm scrive che i quattro agenti "in cooperazione tra loro" avrebbero causato "la morte dell'uomo".
I poliziotti, secondo il pm, avrebbero agito "con negligenza, imprudenza e imperizia consistite nell'ingaggiare una colluttazione eccedendo i limiti del legittimo intervento percuotendo ripetutamente" Ferrulli "in diverse parti del corpo pur essendo in evidente superiorità numerica". Avrebbero continuato "a colpirlo anche attraverso l'uso di corpi contundenti quando" era immobilizzato "a terra in posizione prona". Tutto ciò anche se Ferrulli "non era in grado di reagire e invocava aiuto". I quattro, i quali avrebbero quindi concorso a determinare "il decesso" (che ha avuto come concause anche lo "stress emotivo del contenimento" e le "percosse) sono accusati anche di falso, proprio in relazione alla "annotazione" sull'intervento di quella sera.
Morì durante l'arresto: "Era inerme
i poliziotti lo colpirono a più riprese"
A Milano chiuse le indagini sulla morte di Michele Ferrulli per arresto cardiaco. Il pm accusa
quattro agenti: lo colpirono "ripetutamente" anche "con corpi contundenti" mentre era a terra
Il giorno dopo la morte di Michele Ferrulli per arresto cardiaco mentre veniva ammanettato i quattro poliziotti intervenuti quella sera scrissero nella loro annotazione che nel tentativo di bloccarlo erano caduti "a terra" assieme a lui e che avevano poi cercato "di riportarlo in una posizione a lui più comoda". Tutte circostanze "false", secondo la Procura di Milano, perché i poliziotti, quando l'uomo "si trovava a terra in posizione prona, era immobilizzato e invocava aiuto, lo colpivano ripetutamente anche con l'uso di corpi contundenti".
Il pubblico ministero Gaetano Ruta ha notificato l'avviso di chiusura delle indagini a carico dei quattro agenti con l'accusa di omicidio colposo per aver "ecceduto i limiti del legittimo intervento", concorrendo "a determinare il decesso" dell' uomo, dovuto, fra le altre cose, "alle percosse". La chiusura dell'inchiesta nei confronti dei giovani agenti Francesco Ercoli, Michele Lucchetti, Roberto Stefano Piva, Sebastiano Cannizzo - inizialmente accusati di omicidio preterintenzionale, con il reato poi derubricato in colposo - prelude alla richiesta di processo, che dovrà poi essere valutata dal gup.
Quella sera del 30 giugno scorso, Ferrulli, 51 anni, che lavorava come manovale e facchino e con alle spalle precedenti penali anche per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, si trovava in via Varsavia, alla periferia sud-est di Milano, fuori da un bar assieme a due romeni. Da una casa vicina erano arrivate lamentele per i continui schiamazzi in strada e per questo in zona era intervenuta una volante della polizia. L'uomo, stando a quanto era stato riferito in questura la mattina seguente, era ubriaco, "aggressivo e ostile". Dopo aver minacciato a parole i poliziotti, Ferrulli, aveva spiegato ancora la questura, improvvisamente aveva cercato di colpire un agente, ma era stato fermato dall'altro. Ne era seguita una colluttazione, lunga e ripresa anche in un filmato realizzato con un telefonino e finito agli atti dell' indagine.Per seguire il procedimento i familiari di Ferrulli si sono rivolti, all'avvocato Fabio Anselmo, lo stesso legale di parte civile nel caso di Stefano Cucchi - il giovane morto il 22 ottobre 2009 in ospedale, una settimana dopo un fermo per droga - e in quello di Giuseppe Uva, artigiano di Varese deceduto nel giugno 2008 dopo aver trascorso una notte nella caserma dei carabinieri, che lo avevano fermato ubriaco per strada. Nell'atto di chiusura delle indagini sulla morte di Ferrulli, il pm scrive che i quattro agenti "in cooperazione tra loro" avrebbero causato "la morte dell'uomo".
I poliziotti, secondo il pm, avrebbero agito "con negligenza, imprudenza e imperizia consistite nell'ingaggiare una colluttazione eccedendo i limiti del legittimo intervento percuotendo ripetutamente" Ferrulli "in diverse parti del corpo pur essendo in evidente superiorità numerica". Avrebbero continuato "a colpirlo anche attraverso l'uso di corpi contundenti quando" era immobilizzato "a terra in posizione prona". Tutto ciò anche se Ferrulli "non era in grado di reagire e invocava aiuto". I quattro, i quali avrebbero quindi concorso a determinare "il decesso" (che ha avuto come concause anche lo "stress emotivo del contenimento" e le "percosse) sono accusati anche di falso, proprio in relazione alla "annotazione" sull'intervento di quella sera.
giovedì 19 aprile 2012
DA MILANO ALLA PALESTINA
15 Aprile 2012. Aeroporto di Tel Aviv.
Oggi ho conosciuto la libertà.
“Quali sono le intenzioni del suo viaggio?” mi chiedono?
“Vorrei andare in Palestina “ rispondo.
Rispondevo così all’appello lanciato dalla campagna “Welcome to Palestine 2012” che nell’anniversario della morte di Vittorio Arrigoni, invitava il mondo intero a venire in Palestina,
dichiarando apertamente tale intenzione alle autorità Israeliane, che mantenendo i
Territori Occupati sotto regime di apartheid, ne controllano militarmente gli accessi.
In seguito alla mia risposta, sono stata trattenuta in stato di fermo dalla polizia israeliana per 4 ore: ragazze e ragazzi tra i 18 e i 20 anni d’età: quale miglior modo per mantenere la militarizzazione
di un territorio se non quella di inquadrare con l’obbligo di leva tutta una generazione di neomaggiorenni ?
Ho dovuto seguirli fuori e dentro uffici dell’aeroporto, sottoposta a interminabili interrogatori tutti uguali.
Mi hanno chiusa dentro a una stanza cieca con dieci uomini armati in tenuta militare: dieci paia
di occhi addosso, e l’ordine di sedermi in mezzo a loro.
Ancora interrogatori , poi le perquisizioni di corpo e bagaglio. Mi fanno sapere che mi rispediscono in Italia sul primo volo. Chiedo di contattare il consolato italiano e mi viene proibito.
Allora effettuo la chiamata dal mio telefono, ma mi vengono addosso in tre, io cerco di resistere, ma me lo strappano di mano.
Mi caricano su una camionetta e mi chiudono dentro. Sul retro del mezzo sento una donna italiana urlare perché le stanno facendo del male.
Provo a parlarle, e ancora una volta mi viene vietato.
Mi minacciano di violenza se non salirò con le mie gambe sull’aereo per Roma che aspetta me per
partire.
Oppongo resistenza.
Minacciano di portarmi in prigione: io accetto, perché voglio restare lì, e voglio assistenza legale.
Ma loro ritrattano: due poliziotte mi prendono per le braccia e mi spingono sull’aereo.
Oggi ho conosciuto la libertà e non è parola dal buon sapore.
Libertà non è un ideale, non è un sogno, non è un diritto.
Libertà è ciò che conosci quando te la portano via.
Ecco perché LA PALESTINA E’ LIBERA, LA SIRIA E’ LIBERA, LA VAL DI SUSA E’ LIBERA, CENTINAIA DI BAMBINI NELLE CARCERI ISRAELIANE SONO LIBERI.
VITTORIO ARRIGONI E’ PER SEMPRE LIBERO.
Caro Vik,
nell’anniversario della tua uccisione, ho scoperto che Restare Umani è una vita che muore, che regala a un’altra vita la forza di cominciare a combattere.
M.
Oggi ho conosciuto la libertà.
“Quali sono le intenzioni del suo viaggio?” mi chiedono?
“Vorrei andare in Palestina “ rispondo.
Rispondevo così all’appello lanciato dalla campagna “Welcome to Palestine 2012” che nell’anniversario della morte di Vittorio Arrigoni, invitava il mondo intero a venire in Palestina,
dichiarando apertamente tale intenzione alle autorità Israeliane, che mantenendo i
Territori Occupati sotto regime di apartheid, ne controllano militarmente gli accessi.
In seguito alla mia risposta, sono stata trattenuta in stato di fermo dalla polizia israeliana per 4 ore: ragazze e ragazzi tra i 18 e i 20 anni d’età: quale miglior modo per mantenere la militarizzazione
di un territorio se non quella di inquadrare con l’obbligo di leva tutta una generazione di neomaggiorenni ?
Ho dovuto seguirli fuori e dentro uffici dell’aeroporto, sottoposta a interminabili interrogatori tutti uguali.
Mi hanno chiusa dentro a una stanza cieca con dieci uomini armati in tenuta militare: dieci paia
di occhi addosso, e l’ordine di sedermi in mezzo a loro.
Ancora interrogatori , poi le perquisizioni di corpo e bagaglio. Mi fanno sapere che mi rispediscono in Italia sul primo volo. Chiedo di contattare il consolato italiano e mi viene proibito.
Allora effettuo la chiamata dal mio telefono, ma mi vengono addosso in tre, io cerco di resistere, ma me lo strappano di mano.
Mi caricano su una camionetta e mi chiudono dentro. Sul retro del mezzo sento una donna italiana urlare perché le stanno facendo del male.
Provo a parlarle, e ancora una volta mi viene vietato.
Mi minacciano di violenza se non salirò con le mie gambe sull’aereo per Roma che aspetta me per
partire.
Oppongo resistenza.
Minacciano di portarmi in prigione: io accetto, perché voglio restare lì, e voglio assistenza legale.
Ma loro ritrattano: due poliziotte mi prendono per le braccia e mi spingono sull’aereo.
Oggi ho conosciuto la libertà e non è parola dal buon sapore.
Libertà non è un ideale, non è un sogno, non è un diritto.
Libertà è ciò che conosci quando te la portano via.
Ecco perché LA PALESTINA E’ LIBERA, LA SIRIA E’ LIBERA, LA VAL DI SUSA E’ LIBERA, CENTINAIA DI BAMBINI NELLE CARCERI ISRAELIANE SONO LIBERI.
VITTORIO ARRIGONI E’ PER SEMPRE LIBERO.
Caro Vik,
nell’anniversario della tua uccisione, ho scoperto che Restare Umani è una vita che muore, che regala a un’altra vita la forza di cominciare a combattere.
M.
mercoledì 18 aprile 2012
NON VI PREOCCUPATE NON E' SUCCESSO NIENTE
articolo preso da qui
Ce lo aspettavamo: assoluzione per tutti. Leggeremo le motivazioni, ma già temiamo di sapere quel che leggeremo (anche se, in primo grado, il collegio giudicante ci riservò la sorpresa di un testo peggiore delle aspettative, già molto basse). Ma restiamo ugualmente in attesa non pregiudiziale.
Sentenza di Brescia e giustizia in Italia: ne vogliamo parlare?
Ce lo aspettavamo: assoluzione per tutti. Leggeremo le motivazioni, ma già temiamo di sapere quel che leggeremo (anche se, in primo grado, il collegio giudicante ci riservò la sorpresa di un testo peggiore delle aspettative, già molto basse). Ma restiamo ugualmente in attesa non pregiudiziale.
Quando arriveranno le motivazioni, potremo capire perché, quello che a noi appariva come un convincente quadro indiziario grave, univoco e convergente (sufficiente a condannare a norma del cpp), non è apparso tale al collegio giudicante ed, eventualmente, formuleremo le nostre obiezioni oppure riconoscere le ragioni di chi ha assolto. Prima ancora che garantisti siamo laici ed, in quanto tali, riconosciamo che un giudizio corretto lo si può formulare solo dopo aver ascoltato senza pregiudizi le ragioni altrui, per cui, pur conoscendo bene il fascicolo processuale ed essendo convinti, per ora, di certe cose, attendiamo il ragionamento della corte per verificare le nostre convinzioni. Ma, quale che sia l’esito di questo specifico caso, resta un problema: come mai, sistematicamente, i processi per strage si concludono con sentenze assolutorie e non si riesce mai a trovare i colpevoli?
Sin qui il “bottino della giustizia” in materia di stragi si riduce ad un reo confesso (Vinciguerra, ma è inesatto considerare Peteano una strage, trattandosi di un attentato mirato e non indiscriminato), un arrestato in flagranza di reato (Bertoli) ed un paio di condannati per la strage di Bologna. Un po’ pochino, soprattutto dove si consideri che la sentenza per Bologna è molto discussa e, comunque, individua due soli responsabili di un evento che non può non aver avuto molti altri corresponsabili. Negli altri casi zero al quoto.
Può anche darsi che gli imputati siano colpevoli ma le prove a loro carico siano insufficienti, oppure può darsi che gli imputati siano sempre innocenti, resta il problema che le stragi qualcuno le avrà anche fatte e che lo Stato non è capace di trovare il respossabile. Dunque, se gli assolti (a torto o a ragione poco importa, a questo punto) escono dalla gabbia degli imputati, dentro ci entra lo Stato con i suoi apparati (di sicurezza, di polizia ed anche giudiziari. ) quantomeno per la sua incapacità. La magistratura, sin qui, si è chiamata fuori ponendosi solo come l’ultimo arrivato che mangia il piatto preparato da altri. C’è un curioso scaricabarile: i collegi giudicanti scaricano tutto sugli organi inquirenti che non hanno saputo fare l’inchiesta come avrebbero dovuto, per cui sono “costretti” ad assolvere perché l’accusa non ha saputo fornire le prove necessarie.
Le Procure dicono che è il giudicante che non ha letto il fascicolo con sufficiente attenzione o imparzialità e, talvolta, se la prendono con gli organi di polizia -più spesso passati che presenti- per i depistaggi, gli errori, le collusioni ecc; gli organi di polizia accusano i servizi segreti di aver depistato, coperto, colluso; i servizi segreti dicono di aver fatto il loro dovere ma nel passato recente e di non rispondere per quelli che erano al loro posto trenta anni fa e che, invece… E tutti sono bravissimi ad invocare le eccezionali difficoltà di questo tipo di casi: complessità, lontananza nel tempo, ampiezza dello spettro di indagine, timore dei testimoni, difficoltà di far entrare casi così smisurati nella cornice processuale ordinaria pensata per casi ben più semplici ecc. cc.
Effettivamente le difficoltà oggettive ci sono: ad esempio, pretendere che i collegi giudicanti si leggano fascicoli di 1 milione di pagine o anche più, in qualche mese di tempo e che digeriscano il tutto è pretesa non da poco, poi fare un giudizio 30 anni dopo il fatto non è uno scherzo. Ma se eccezionali sono le difficoltà, eccezionale è anche la gravità di questi casi che esigono, appunto, un impegno speciale dello Stato. E di questo impegno speciale non si è vista traccia, anzi, l’impressione è che si sia fatto molto di meno dell’ordinario.
In ogni caso, occorrerà entrare nel merito per stabilire le responsabilità di ogni singolo pezzo dello Stato: servizi segreti, polizia giudiziaria, magistratura inquirente e a giudicante. Sin qui si è molto parlato delle responsabilità di polizia e servizi segreti le cui responsabilità sono ormai cosa acquista, tanto in sede storica quanto in sede giudiziale. Sembra una ironia mancano i responsabili delle stragi, ma ci sono i responsabili dei depistaggi con tanto di sentenze passate in giudicato che condannano carabinieri, poliziotti ed agenti dei servizi. Questo però vale per il passato più che per il presente: avendo partecipato per quasi 15 anni alle inchieste per le stragi di Piazza Fontana, via Fatebenefratelli, Brescia e casi minori, posso testimoniare che il comportamento degli organi di polizia giudiziaria è stato, nella grande maggioranza dei casi, assolutamente impeccabile sia in termini di lealtà che di professionalità.
Per i servizi segreti il discorso è un po’ diverso: non che nel passato recente ci siano stati clamorosi depistaggi o sottrazione di prove, ma qualche volta si è avvertita una certa ritrosia a collaborare. Diciamo così: non hanno avuto fretta di dare quel che era in loro possesso e che poteva essere utile alle indagini. Comunque di servizi e polizia si è abbondantemente parlato e non staremo qui a ridire.
Molto meno si è detto della magistratura e di questo conviene parlare.
Ci sono state 5 istruttorie per Piazza fontana, 2 per Fatebenefratelli, 3 per Brescia, 2 per Gioia Tauro, 1 per l’Italicus ed 1 per Bologna, senza considerare quella per Savona mai approdata in aula. Un totale di 14 procedimenti, quasi tutti falliti. Delle due l’una: o gli inquirenti sono degli incapaci totali che non hanno mai imbroccato la via giusta, o qualcosa non va nella formazione del giudicato.
Ci sono state 5 istruttorie per Piazza fontana, 2 per Fatebenefratelli, 3 per Brescia, 2 per Gioia Tauro, 1 per l’Italicus ed 1 per Bologna, senza considerare quella per Savona mai approdata in aula. Un totale di 14 procedimenti, quasi tutti falliti. Delle due l’una: o gli inquirenti sono degli incapaci totali che non hanno mai imbroccato la via giusta, o qualcosa non va nella formazione del giudicato.
La magistratura inquirente presenta un bilancio un po’ contraddittorio che varia da caso a caso: meno brillante nel passato che nel presente, non è andata esente da trascuratezze, errori ed insufficienze (anche di recente) ma, nel complesso, le ultime inchieste hanno riscattato molte inerzie passate. Alcune di queste inchieste (Grassi-Mancuso per depistaggi Bologna bis e Italicus, Salvini-Piazza Fontana e Fatebenefratelli, Brescia) hanno prodotto una mole di materiale documentario e testimoniale assolutamente imponente, per molte centinaia di migliaia di pagine e, pur senza cogliere il risultato della sentenza, hanno ottenuto (Brescia a parte) significativi riconoscimenti anche nelle motivazioni di sentenza. In ogni caso forniscono un materiale storico di straordinario interesse ed è già qualcosa. Sul valore probatorio delle risultanze di queste inchieste occorrerebbe una analisi caso per caso che qui non abbiamo la possibilità di fare.
E veniamo al punto dolente di cui non si è mai parlato: la magistratura giudicante verso la quale ci sono occasionali ondate di indignazione in occasione delle sistematiche assoluzioni, ma che, in assenza di un esame di merito, si risolvono in una sterile deprecazione priva di conseguenze effettive: è colpa delle stelle che ci sono state sfavorevoli.
Anche per la giudicante non abbiamo lo spazio necessario per passare in rassegna le singole sentenze (ma, magari, un po’ alla volta lo faremo), qui ci limitiamo ad osservare alcune linee generali, considerando come casi di strage piazza Fontana, Gioia Tauro, Fatebenefratelli, Brescia, Italicus, Savona, Bologna. Non consideriamo né i casi per così dire “remoti” (Portella e quelli di banditismo siciliano o Malga sasso e quelli legati al terrorismo altoatesino) né quelli più “recenti” (904, Capaci, via D’Amelio, Gergofili, via Palestro, ecc.). Questo perché il gruppo “centrale” presenta caratteristiche comuni e punti di contatto reciproci, mentre i casi “remoti” e quelli “recenti” appaiono meno omogenei fra loro ed assai diversi da quelli del gruppo considerato. Non abbiamo incluso Peteano in quanto, come già abbiamo detto, non è corretto considerarlo come un caso di strage, mancando il carattere indiscriminato che è caratteristico delle stragi, essendo piuttosto un attentato “mirato” contro i carabinieri, dunque più inquadrabile nella fattispecie penale dell’omicidio plurimo. I casi indicati hanno queste costanti:
a-gli indiziati giunti a dibattimento sono sempre stati militanti di organizzazioni estrema destra (Avanguardia Nazionale per Gioia Tauro e Piazza Fontana, Nuclei Armati Rivoluzionari per Bologna, Ordine Nuovo per P. Fontana, Fatebenefratelli, Brescia, Italcus). Eccezioni: piazza Fontana, dove a giudizio furono rinviati anche anarchici (poi assolti) insieme a quelli di On e la prima istruttoria per Gioia Tauro che vide imputati 4 dipendenti delle Ffss anche essi assolti
b-in tutti i casi (salvo Savona) sono risultati implicati uomini dei servizi segreti o dei corpi di polizia o come correi o favoreggiatori, o per successivi depistaggi
Infine: per avere un parametro che dia la misura del successo delle inchieste, abbiamo attribuito un punteggio convenzionale di tre ogni caso, per cui 3 indica la piena individuazione dei potenziali responsabili (mandanti, organizzatori, esecutori) e 2 o 1 un risultato parziale che individui solo uno o due dei diversi “livelli”.
Fatta questa premessa osserviamo che in 5 dei 7 casi considerati, non si è giunti all’identificazione dei responsabili, mentre negli altri 2 l’identificazione è stata solo parziale, riguardando gli esecutori (ma nel caso bolognese l’effettivo ruolo di Mambro e Fioravanti non risulta del tutto chiaro) mentre sono restati in ombra mandanti ed organizzatori. Per cui abbiamo un “indice di successo” di 2 su 21 (cioè un indice inferiore ad un decimo).
Fatta questa premessa osserviamo che in 5 dei 7 casi considerati, non si è giunti all’identificazione dei responsabili, mentre negli altri 2 l’identificazione è stata solo parziale, riguardando gli esecutori (ma nel caso bolognese l’effettivo ruolo di Mambro e Fioravanti non risulta del tutto chiaro) mentre sono restati in ombra mandanti ed organizzatori. Per cui abbiamo un “indice di successo” di 2 su 21 (cioè un indice inferiore ad un decimo).
Per avere un indice più particolareggiato, consideriamo il numero degli imputati delle varie inchieste che assommano a 61 (alcuni sono stati imputati in più procedimenti) e di essi risultano condannati tre, quindi meno di 1 su 20. La media nazionale dice che i condannati definitivi nei processi penali sono il 17%, cioè, 1,7 su 10 contro lo 0,5% dei casi di strage. Se poi consideriamo i casi più gravi (mafia e terrorismo di sinistra) la percentuale dei condannati definitivi oscilla fra il 28 ed il 36%, cioè fra le 5 e le 7 volte in più dei processi di strage. Una disparità statistica che, di per sé appare molto inquietante e da spiegare.
In secondo luogo osserviamo come in primo grado, spesso ci sono state condanne che poi sono cadute in appello o in Cassazione, che si è rivelata il giudice meno favorevole alle tesi d’accusa e più comprensivo verso quelle di difesa. In particolare colpiscono alcune differenze fra alcuni casi, ad esempio in termini di credibilità del collaboratore di giustizia. La Corte di Cassazione ha ritenuto, nella sentenza su Piazza Fontana, non credibile Carlo Di Gilio e questo ha avuto ricadute anche su Brescia. Si badi che Di Gilio era riscontrato direttamente su diversi punti da Siciliano, indirettamente da Vinciguerra ed altri testi, inoltre le tesi di Di Gilio erano coerenti con il quadro complessivo formatosi in questi anni e si incrociavano anche con diverse note confidenziali. Vero è che Di Gilio è caduto in contraddizione su diversi punti, ed ha ricevuto alcune (limitate) smentite da elementi fattuali o documentali. Ma gli elementi a conferma, almeno dal punto di vista numerico, prevalevano nettamente.
Confrontiamo il caso Digilio con quello del collaboratore di giustizia che ha accusato Sofri nel processo Calabresi, Leonardo Marino: smentito su circostanze decisive da alcuni testi (alcuni dei quali sostenevano che alla guida dell’auto c’era una donna e non un uomo, come sostenuto da Marino), smentito da diversi elementi materiali e da dati di fatto (come la via di fuga prescelta che, all’epoca era un senso vietato), contraddettosi ripetutamente e sprovvisto di testi a riscontro, ma creduto credibile dalla Cassazione in ripetute pronunce (salvo una che lo riteneva non credibile neppure nell’auto accusa) sulla base di un’unica deduzione: non avrebbe avuto alcun interesse ad autoaccusarsi.
Che Di Gilio abbia subito un pregiudizio sfavorevole lo si ricava anche un piccolo elemento: egli aveva parlato di un alto ufficiale inglese di stanza presso la base Nato fornendone le generalità, la Cassazione ritenne trattarsi di una sua bugia in quanto tale ufficiale non sarebbe mai esistito, non risultando nulla che ne confermasse l’esistenza. E, invece, non solo l’ufficiale esisteva, ma era stato anche intervistato dalla Bbc.
Un altro aspetto degno di attenzione è quello del trattamento del reato associativo. Nel caso delle Br una giurisprudenza costante (e molto, molto discutibile) stabilì una sorta di inversione dell’onere della prova, per cui l’affiliato all’organizzazione rispondeva di tutti i reati compiuti da essa, salvo dimostrazione di prova contraria. Fu la premessa del famoso “non poteva non sapere” con il quale furono inquisiti i segretari di partito nei processi di tangentopoli.
Chi scrive queste righe è convinto che si trattasse di una bruttura giuridica e non invoca certamente l’applicazione di questo orientamento ad altri, tuttavia, se è da respingersi questo ribaltamento dell’onere della prova, possiamo però mantenere l’appartenenza ad una organizzazione cui si attribuisce la strage come un indizio (ripetiamo: un indizio, non una prova conclusiva in sé) di colpevolezza. E, invece, la corte d’Assise d’Appello di Milano che procedeva per piazza Fontana, ha sostenuto che colpevoli della strage con certezza, ma non più processabili, perché assolti definitivi, furono Freda e Ventura (la cui assoluzione, nonostante l’esistenza della piena prova, fu dovuta “al clima del tempo” che influenzò la corte del tempo: come vedete certe cose le dicono gli stessi collegi giudicanti) ma non ha minimamente tenuto in considerazione che gli imputati sottoposti al suo giudizio appartenevano alla stessa area politica di cui facevano parte i precedenti.
Da un punto di vista tecnico, punti su cui si sono infrante tutte le recenti istruttorie per strage sono stati essenzialmente due: il forte rigore nell’ammissione delle prove (la questione si è riproposta proprio nel processo di appello per Brescia, dove l’ammissione fra le prove di una registrazione avrebbe probabilmente fatto pendere la bilancia dalla parte della condanna almeno per alcuni) e la ricostruzione del quadro di insieme.
In un processo di tipo indiziario è decisivo l’elemento della convergenza degli indizi, quel che attribuisce un ruolo di grande rilevo al contesto in cui essi si inseriscono. Ma, se il giudicante si dedica allo smontaggio pezzo per pezzo di ogni singolo elemento, perdendo di vista l’insieme, la convergenza degli indizi sfuma. Ed è esattamente quello che è sistematicamente accaduto per piazza Fontana, Fatebenefratelli e piazza della Loggia (almeno per il primo grado, per il secondo grado vedremo leggendo le motivazioni).
Ma un esame più in dettaglio lo faremo in altra occasione. Qui ci limitiamo a segnalare le disparità di valutazione degli elementi di giudizio rispetto ad altri casi e la tecnica giuridica di formazione del giudicato. Quel che ci permette di affermare che, se nella prima ondata di giudizi furono determinanti i depistaggi della polizia giudiziaria e dei servizi, nel caso delle sentenze più recenti il problema sta tutto nell’atteggiamento delle corti giudicanti assai poco inclini verso le tesi dell’accusa.
Ci sembra di poter dire che si è formato una sorta di “pregiudizio sfavorevole” alle tesi accusatorie verso gli imputati di estrema destra, che incide pesantemente nell’esito finale. Diversamente riesce difficile spiegare quel dato statistico così irragionevolmente basso. Non pensiamo che i giudicanti siano ideologicamente affini, né che ci sia un interesse politico attuale a coprire le responsabilità dell’estrema destra o che attualmente ci siano elementi di apparati dello Stato coinvolti in quelle vicende. Tutto questo è superato. Il problema si pone in termini diversi: la corporazione giudiziaria si ritrae di fronte alla necessità di smentire il suo operato precedente, è assai poco disposta a condannare uomini dell’Arma, dei servizi o della polizia (per quanto ormai in pensione) per quella “collusione corporativa” che tutt’ora produce le sistematiche assoluzioni di poliziotti e carabinieri accusati di violenze e persino di morte di comuni cittadini (Diaz, Giuliani, Aldovrandi, Spaccarotella, Cucchi… devo continuare?).
La continua campagna –cui hanno dato manforte Alte cariche dello Stato ed importanti mass media- contro le “dietrologie” che osano parlare di “strategia della tensione”, “strage di Stato”, “doppio Stato” contribuiscono ad indirizzare la magistratura in questo senso. E così, in particolare la Cassazione si è rivelata assai ricettiva di questo clima ed ha formato una “giurisprudenza di indirizzo” cui le corti sottostanti si sono ben presto conformate. Anche la carriera ha le sue esigenze.
Peraltro, queste inchieste –a differenza di altre più fortunate- non sono venute da punti forti interni alla magistratura (Procure particolarmente importanti, personaggi noti ed influenti, sostenuti da questa o quella corrente della Magistratura ecc.) ma da uffici periferici o da singoli magistrati non adeguatamente sostenuti all’interno della corporazione. E, dunque, il corpo del potere giudiziario ha finito per sentire questi processi come estranei a sé, non funzionali agli assetti di potere interno (quante brillanti carriere sono state aperte da qualche cause cèlèbre ?) e non sostenute neppure da un diffuso allarme sociale (come i procedimenti per mafia). Insomma casi rognosi e poco produttivi ai fini degli obiettivi politici della corporazione.
Tutto questo pone una volta di più il problema di come funziona la giustizia in questo paese. Il nefasto ventennio berlusconiano ha fatto passare sotto silenzio l’emergenza giustizia che c’è in questo paese e della quale occorrerà tornare a parlare. Nella formazione del giudicato penale più rilevante si avverte con chiarezza che pesano troppi elementi extraprocessuali e questo non è più tollerabile.
Aldo Giannuli
martedì 17 aprile 2012
OMICIDIO CONFERMATO
L’autopsia conferma: tifoso del Bilbao ucciso da un proiettile di gomma
Il pm basco Juan Calparsoro ha ipotizzato l’accusa di omicidio colposo per l’agente della Ertzaintza che la sera di Bilbao-Schalke sparó e uccise con un proiettile di gomma Iñigo Cabacas, il giovane di 28 anni che in circostanze ancora da chiarire è stato vittima di quello che a questo pnto si può definire un eccesso di violenza da parte della Ertzaintza. L’autopsia ha infatti confermato che la ferita alla testa, risultata letale, è stata causata da un proiettile di gomma sparato da distanza ravvicinata durante una carica degli agenti effettuata la sera del 5 aprile.
La vicenda ha segnato i giorni successivi all’incontro e in molti hanno chiesto le dimissioni del responsabile dell’Interno nei Paesi Baschi, Rodolfo Ares, che finora non ha compiuto gesti in questa direzione. Il parlamentare del PNV (Partido Nacionalista Vasco) Emilio Olabarria ha inoltre auspicato che fossero le stesse forze dell’ordine a identificare l’autore dello sparo per far luce sulla dinamica nel più breve tempo possibile. Sotto accusa non c’è solo il comportamento della polizia in quella determinata occasione, ma “la gestione in generale” del corpo: “L’immagine di un corpo di polizia deriva anche dalla capacità di fare pulizia al suo interno” ha detto Olabarria in una intervista a Onda Vasca, una stazione radio locale.
“Gli stessi compagni della Ertzaintza dovrebbero identificarlo e spiegare cosa è successo quella sera” ha continuato il parlamentare. Da parte sua, Rodolfo Ares ha confermato che l’inchiesta andrá “fino in fondo, costi quel che costi”. Intano gli amici del ragazzo, alcuni dei quali erano presenti sul luogo dell’omicidio, stanno decidendo quali iniziative portare avanti e lo stesso vale per le “peñas” dei tifosi dell’Ahletic Bilbao. Gli amici di Cabacas sostennero fin dalle prime che a ferirlo gravemente era stato un proiettile sparato dagli agenti. Per domenica è prevista una marcia silenziosa nella cittá basca che avrá come punto di arrivo lo stadio di San Mames, che ospiterà la partita tra Athletic e Maiorca.
Intanto si è saputo che nel luglio 2011 la Commissione Europea aveva proibito l’utilizzo dei proiettili di gomma: prima dell’inizio del 2012 era previsto un cambio di equipaggiamento del corpo poliziale basco che evidentemente non si è prodotto.
Ieri centinaia di persone hanno partecipato ai funerali del ragazzo, presenti anche rappresentanti dell’Athletic Bilbao come il leggendario portiere Iribar e membri della “junta directiva”.
Intanto sono stati arrestati due giovani che pare abbiano partecipato agli scontri da cui ha avuto origine la carica terminata in tragedia. Il massimo dirigente della Ertzaintza, Josè Antono Varela, ha fornito in parlamento una racconto dettagliato dei fatti accaduti la sera del 5 aprile. Gli scontri si sarebbero prodotti per 15-20 minuti, “una battaglia campale” secondo le parole di un testimone, iniziata alle 23:27 e al termine della quale il giovane Cabacas è rimasto a terra ferito. La polizia ricevette diverse telefonate che sollecitavano un intervento sanitario e una volta arrivati sul posto gli agenti sono stati accolti con ostilità da un gruppo di “15-20 incappucciati”, sempre secondo una testimonianza. Gli agenti, 24 secondo la ricostruzione di Varela, hanno reagito e alcuni di loro avrebbero sparato circa 50 proiettili di gomma, uno dei quali ha raggiunto alla testa Cabacas. Gli agenti in questo caso sono tenuti a sparare “sotto la cintura” e mai ad altezza della testa. Sará complicato risalire all’autore dello sparo che ha ucciso il ragazzo.
martedì 10 aprile 2012
ERTZAINTZA
articolo preso da qua
Festeggiava la vittoria dell'Athletic Bilbao: ucciso dalla polizia.
L’Ertzaintza (polizia speciale) uccide un ragazzo di 28 anni che celebrava il passaggio dell’Athletic di Bilbao alle semifinali dell’Europa League; nemmeno una manifestazione, quindi, ma un momento di gioia collettiva per la squadra simbolo di un’intera popolazione.
Iñigo Cabacas Liceranzu, che fu ferito a seguito dei disordini provocati dalla polizia basca giovedì scorso, è deceduto oggi, come riporta l’agenzia Europa Press.
Una volta cessato l’effetto dei sedativi, ha presentato “dati che ne indicavano la morte celebrale. Una volta fatti gli esami complementari è stata confermata”
Da parte sua, il Dipartimento del Ministero degli Interni spagnolo ha emesso un comunicato dove rassicurava sul fatto di aprire un’indagine per determinare se il ferimento potesse essere determinato dall’Ertzaintza o meno. Ma già prima in rete si parlava dell’avvenimento di giovedì con numerosi testimoni oculari che sono stati attaccati indiscriminatamente e senza motivi legati all’ ordine pubblico, provocando il panico delle persone presenti.
In rete, i movimenti spagnoli stanno facendo circolare petizioni per invocare la cessazione dell’utilizzo dei proiettili di gomma, a seguito non solo della morte del ragazzo basco, ma del ferimento di svariate persone durante lo sciopero del 29 Marzo, che han comportato la perdita della vista per due manifestanti italiani residenti a Barcellona.
Iscriviti a:
Post (Atom)
